20 Ottobre 2018

La diagnosi di tumore prostatico è stata agevolata dal dosaggio di un marcatore, il PSA, il cui utilizzo per fini diagnostici è piuttosto controverso.

Risponde:

Giacomo Cartentì

Direttore UOC Oncologia Medica dell’Ospedale Antonio Cardarelli di Napoli

Il tumore prostatico nasce nella parte periferica della ghiandola prostatica, e quindi questo, purtroppo, rende la diagnosi di malattia locale tardiva, e poi l’altra possibilità è che la diagnosi avvenga quando la malattia è già metastatica, e, quindi, in tutti e due i casi è un po’ un problema, nel senso che la malattia diventa sintomatica quando è molto avanzata. La diagnosi precoce è possibile: negli ultimi anni grazie, o purtroppo, e ora vi spiego perché, ad un marcatore che è il PSA, è possibile fare una diagnosi precoce, anche molto precoce, forse eccessivamente precoce, perché in alcuni casi in pazienti a basso rischio ci si trova nella condizione, per piccoli aumenti di questo marcatore, di mettersi nella condizione di avere un grande spavento. Tenete presente che questo marcatore, il PSA, è estremamente sensibile, aumenta anche per l’ipertrofia prostatica, e quindi può anche aumentare senza che sia presente la neoplasia, e quindi grande preoccupazione. Lo scopritore di questo marcatore negli anni ha fatto outing rispetto alla sua scoperta che, all’inizio, sembrava avere stravolto la diagnosi precoce di questa malattia, ma di fatto ha creato molti invalidi, in quanto molti pazienti hanno fatto un intervento per tumore della prostata, tumore che probabilmente poi non sarebbe mai evoluto, tenendo presente che l’80% degli uomini ha un tumore nella sua vita della prostata, ma non evolverà mai perché non viviamo – per fortuna o purtroppo, non so come dirlo – 120, 130, 140 anni.

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